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Noto
Secondo la tradizione Noto sarebbe stata fondata da popolazioni sicane, all’epoca della caduta di Troia, sul colle della Mendola (o Aguglia) a pochi chilometri dall’odierna Palazzolo. Nel V sec. a.C. Ducezio Re dei Siculi, in vista della guerra contro gli invasori greci, avrebbe trasferito questa antichissima Neas (che gli avrebbe dato i natali) nell’altipiano dell’Alveria, una singolare formazione montagnosa a forma di cuore, circondata da profondi crepacci che la rendevano imprendibile, fuorche'per uno stretto istmo che venne fortificato. Nel 263 a.C. Nealton (latinizzata in Neetum, Netum) viene assegnata da Roma a Ierone il tiranno di Siracusa, ma gode, forse in considerazione dell’origine latina del siculi, di una certa autonomia che più tardi (pare al tempo della seconda guerra punica) si concreta in un patto federativo con Roma, che la equipara alle due altre città federate della Sicilia, Messina e Taormina. Dell’età romana sopravvivono scarsissime testimonianze (cippi funerari), mentre il buio più completo copre il periodo tardo antico e l'alto Medioevo. E’ solo con l’epoca araba che si chiude il lungo vuoto storico. Gli Arabi ne fanno una roccaforte temutissima e nel 903 a.C. il loro Parlamento Generale, riordinando l’assetto amministrativo della Sicilia, divide l’isola in tre Valli, proponendo Noto ad una di esse. In quell’epoca la città inizia la propria rinascita: abbastanza tolleranti in fatto di religione, gli invasori danno un impulso grandioso all’agricoltura e ai commerci, impiantano vasti agrumeti, introducono l’industria della seta. Dopo oltre due secoli di dominazione musulmana Noto, ultimo fra i castelli di Sicilia, tratta la resa con Ruggero il Normanno (1090) che la assegna al figlio Giordano col titolo di Duca. Egli intraprende la ricostruzione del poderoso castello sull'Istmo e la fondazione di varie chiese al fine di favorire il rifiorire del Cristianesimo. Per tutto il trecento continuano le lotte intestine fra gli Aragona e i Landolina, e i Chiaramonte, Solo con l’avvento del Martini, che cercano di restaurare il prestigio della monarchia, e specialmente con Alfonso Il Magnanimo, la città conosce periodi di relativa tranquillità. In quegli anni anzi esprime un Vicere' nella persona di Nicolà Speciale, di illustre famiglia, personalità dl primo piano nella scena politica siciliana. Anche nel campo economico Noto attraversa un periodo di floridezza, favorita da tutta una serie dl privilegi e di esenzioni da dazi e gabelle. Alfonso però, revocando il privilegio di perpetua demanialità concesso da Martino il Giovane, dona la città al fratello Pietro col titolo di Duca. I netini non sopportano la soggezione ad un signore e insorgono In difesa della loro libertà. Poi si giunge ad un onorevole compromesso: nella signoria della città dovranno succedersi solo i discendenti maschi del Duca Pietro. Ma quest’ultimo muore dopo pochi anni senza figli e la città torna definitivamente al regio demanio. In questo periodo i Netini tentano ancora di ottenere l’istituzione della Diocesi ed ottengono l’approvazione dei Papa e del Re; Per tutto il quattrocento Noto conosce tempi di prosperità e splendore. i sovrani le accordano numerosi privilegi politici e mercantili; nel 1503 Ferdinando il Cattolico la insignisce del titolo di " Urbs Ingeniosa " in riconoscimento degli elevati ingegni che in ogni campo aveva prodotto. Invece il cinquecento, pur portando Noto a più alti livelli di prestigio, specie nei campo culturale e politico, non è in complesso molto felice. Le carestie e le pestilenze (specie quella terribile del 1522), le feroci lotte fra le fazioni di nobili, il pericolo delle scorrerie barbariche rappresentano fattori negativi che incidono sullo sviluppo dalla città, che pure si dedica ad importanti opere di abbellimento del suo volto e vede confermata la propria importanza strategica con il potenziamento delle difese militari ordinato dal Vìcerè Gonzaga (1542). L’11 gennaio 1693 la città è rasa quasi completamente al suolo da uno spaventoso terremoto. Le perdite umane sono relativamente esigue, ma la ricostruzione sull’Alveria appare impossibile. Prevale perciò fra i cittadini l’idea di spostare la città verso sud-est, sul colle Meti. Per ben dieci anni i Netini sono divisi da accesi contrasti, in quanto numerosi sono coloro che vorrebbero ricostruire sul vecchio sito. Nei 1702 il Viceré Cardinale Giudice decide d’autorità di proseguire la già intrapresa riedificazione sul colle Meti. Inizia così una meravigliosa fioritura architettonica che vede impegnate nell’opera di ricostruzione tre generazioni di architetti e capimastri locali; pur rimanendo sostanzialmente fedeli ai canoni barocchi, essi creano uno stile tutto particolare, che utilizza elementi e schemi rinascimentali, spagnoleschi, neoclassici, fusi ed armonizzati da una concezione scenografica che, respingendo le estrose degenerazioni manieristiche conferisce alla città una sua inconfondibile peculiarità. Verso la fine del Settecento il piano urbanistico è pressoche' definito; riprende anche, fra tanti stenti, la vita d’ogni giorno. La nuova dinastia borbonica, salita sul trono di Sicilia e Napoli, contribuisce alla rinascita economica della città con concessioni e privilegi che si aggiungono a tutti quelli dei secoli precedenti, riconfermati in blocco agli inizi del secolo, per sottolineare la identità municipale fra l’antica e la nuova città. Particolarmente importante l’istituzione da parte dl Carlo III di un Consolato del Commercio (1748), con giurisdizione su ben 13 comuni della Valle. Rifioriscono pure le mai spente tradizioni culturali; torna a riunirsi l’Accademia dei Trasformati mentre un nobile di elevato ingegno e grande erudizione, il barone Antonino Astuto, mette su un famoso Museo privato, vanto della città e meta di numerosi studiosi anche stranieri. Con la ripresa della vita economica e culturale rinasce anche l’antica ambizione del Vescovado, ma nemmeno questa volta i Netinì riescono a spuntarla (1778); dieci anni dopo ottengono invece da Ferdinando I il riconoscimento del titolo ed onori di Senato per il Magistrato urbano. Più tardi (1813) ottengono anche il Distretto militare, con il presidio di una Compagnia. Alcuni anni dopo l’orgoglio municipale della città subisce un fiero colpo: le originarie tre Valli in cui gli Arabi avevano diviso la Sicilia vengono elevate a sette e per le pressioni della duchessa di Floridia, seconda moglie di Ferdinando, Noto viene spogliata in favore di Siracusa del suo diritto (che datava da nove secoli), rimanendo declassata a Sottointendenza (1817). Nel 1837, però, a seguito di tumulti verificatisi a Siracusa, culminati con gravissimi eccessi del popolo, abilmente sobillato per fini politici da chi voleva sfruttare un’epidemia di colera, Ferdinando II ordina il ritrasferimento del Capovalle a Noto. Da allora è costante la benevolenza dei Borboni per la città, malgrado il breve moto liberale del 1848. Fra il 1838 e il 1844 la coppia reale vi si reca in visita per ben tre volte, ospite dei Marchesi Landolina di S. Alfano. Nel 1844, finalmente, Noto è eretta a Vescovado e raggiunge cosi il periodo di suo maggior prestigio dei tempi moderni. Sì va affermando fra gli strati più progressisti della borghesia, un movimento liberale abbastanza attivo, alimentato da fiorenti logge massoniche. I liberali netinì seguono con attenzione gli eventi che in quegli anni maturano nel continente e non appena hanno notizia dello sbarco garibaldino a Marsala insorgono, per primi in Sicilia, contro il presidio borbonico che è costretto ad arrendersi (16 maggio 1860). Pochi giorni dopo numerosi "picciotti " corrono ad arruolarsi nelle file del Battaglione Bersaglieri del Faro arruolato dal generale Nicolò Fabrizi per la totale liberazione dell’isola. Ma queste benemerenze liberali, apprezzate dallo stesso Garibaldi, che con un nobile messaggio al Comitato municipale accetta la cittadinanza onoraria di Noto, vengono considerate tardive ed opportunistiche dai Siracusani, i quali nel 1865, facendo leva sui favori di cui Noto aveva goduto da parte della decaduta dinastia, ottengono dal Parlamento nazionale di Firenze il definitivo trasferimento del Capoluogo a Siracusa. Noto rimane, ma solo per pochi decenni, Sottoprefettura; perde anche i tribunali e gli uffici finanziari. Inizia una lenta decadenza alla quale invano si cerca di trovare rimedio. Dopo la Grande Guerra (1915-18) cui Noto da' il suo contributo di sangue con oltre duecento Caduti, si ha una Paretesi di ripresa: si sviluppano le contrade marine e montane e villeggiatura, si tengono numerose stagioni liriche estive che vedono sul podio maestri come Mascagni e Cilea, mentre un giornalista netino, Ugo Lago, sacrifica la sua giovane vita sui Polo Nord, partecipando alla prestigiosa quanto sfortunata Impresa del gen. Nobile (1929). I bombardamenti della II Guerra Mondiale risparmiano Noto. La città è priva di industrie e di risorse; le sue campagne si spopolano e la piaga dell’emigrazione la dissangua delle migliori energie materiali e intellettuali. Il 13 Marzo 1996 alle ore 22.03, un improvviso, ma non imprevisto, crollo della cupola della cattedrale dovuto a delle infiltrazioni d'acqua, rendeva monco uno dei capolavori del barocco siciliano, la chiesa di San Nicolo': Cio' che i terremoti non sono riusciti a distruggere, ha potuto l'incuria degli uomini. Solo da qualche anno Noto sembra aver trovato, malgrado lo scettico disinteresse di amministrazioni civiche velleitarie ed incapaci del passato, l’unica possibile via della sua ripresa: la valorizzazione di un patrimonio artistico, archeologico e paesaggistico vasto e vario, unico al mondo. A Noto, soprannominata da Cesare Brandi << giardino di pietra>> e dal professore Biagio Iacono << una perduta citta' di sogno>> occorre far germogliare una fiorente industria turistica comprensiva di tutte quelle infrastrutture che portino ad accogliere milioni di turisti, ad apprezzare questo museo sotto le stelle di ineguagliabile bellezza.
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